Saul Steinberg

“Il disegno come esperienza e occupazione letteraria mi libera dal bisogno di parlare e di scrivere. Lo scrivere è un mestiere talmente orribile, talmente difficile… Anche la pittura e la scultura sono altrettanto difficili e complicate e per me sarebbero una perdita di tempo. C’è nella pittura e nella scultura un compiacimento, un narcisismo, un modo di perdere tempo attraverso un piacere che evita la vera essenza delle cose, l’idea pura; mentre il disegno è la più rigorosa, la meno narcisistica delle espressioni.”

-Saul Steinberg, intervista di Sergio Zavoli, 1967-

La “consapevolezza della linea di essere una linea“: ogni figura e ogni personaggio che esce dalla penna di Saul Steinberg è consapevole di essere disegnato. Questo il perno attorno al quale si snoda tuta la produzione grafica dell’artista.

La linea, che è il momento essenziale della sua espressione artistica, diventa anche il momento di massima confusione. La mano che disegna la mano che disegna, a sua volta, la mano. Il tratto che traccia il tratto, le parole che diventano grafia, disegno, rappresentazione, percorso.

Nell’opera di Steinberg c’è, costante, il racconto autoreferenziale della grafica che celebra se stessa, del segno che disegna il suo racconto, della carta che genera, dalle sue pieghe o dalla sua quadrettatura, altre immagini di carta. Cosa è vero e cosa è falso, chi è il riflesso, chi l’ombra?

Dal critico americano Harold Rosenberg, a Saul Bellow, allo storico dell’arte Ernst Gombrich, a Italo Calvino, a Eugene Ionesco, a Roland Barthes, sono molti gli intellettuali che hanno scritto su e per i disegni di Steinberg, che hanno così ricevuto una consacrazione critica pari a quella dei maggiori artisti del XX secolo.

Saul Steinberg, il più celebre disegnatore umoristico del mondo; è nato a Bucarest, si è laureato in architettura a Milano, ha soggiornato in Italia dal 1933 al 1940. Dal 1936 al 1939 disegnò per il «Bertoldo», poi le persecuzioni razziali lo indussero a partire per l’America, dove cominciò a lavorare per il New Yorker per ben 60 anni. Il suo mondo figurativo ha ispirato vari accostamenti e ha suggerito altrettante origini: gongorismo, barocchismo, onirismo, surrealismo. Molti “ismi”, Steinberg li rifiuta tutti; Picasso, Klee, Joyce, Kafka, troppi geni: Steinberg rivendica soltanto il suo.

Dall’intervista con Sergio Zavoli del 1967:

S.Z.: “È più portato a cogliere la deformazione, il vizio, la malformazione individuale, privata, o dell’atteggiamento di massa?”

S.S.: “Io non mi sono mai preoccupato di un individuo solo, di una caratteristica individuale, ma di qualcosa che rappresentasse questo individuo come elemento, come simbolo di un vizio politico, di un vizio sociale, insomma. Per esempio disegnando una donna, facendo il disegno di una donna, io non ho mai fatto il ritratto di una donna specifica ma l’ho descritta nei vestiti che questa donna si metteva addosso, nella maniera di agire, nel suo modo di essere visibile. Prendiamo le maschere che le donne si mettono, specialmente in America; sono maschere di cui le donne si servono per difendersi, per rendersi invisibili, cioè per presentarsi alla società in modo che svia, che altera completamente la loro autentica, la loro vera personalità. E la maschera più comune che si mettono è quella dell’allegria e della buona salute, perché il peccato più grosso che si possa compiere qui in America è di dare segni di infelicità e di malattia. Allora si ricorre al travestimento; è una cosa indecente che si fa, antisociale quella di lamentarsi, quella di dire che qualcosa va male. Se vuoi farti ascoltare, devi dire che stai benissimo. E c’è anche la maschera del corpo; una donna vecchia, per esempio, non si veste mai da donna vecchia; quando arriva il momento in cui la morte incomincia ad apparire, si veste sempre più allegramente. È un modo decente di eliminare la pietà degli altri e di fare di questa tragedia, che è la morte, uno scherzo. Dunque si vestono da clown, si dipingono il naso di rosso, i capelli di verde o di azzurro, e queste sono le cose che io disegno, le cose che mi interessano.”

S.S.: “Se lei lo crede interessante io vorrei enunciarle la teoria del naso. Vediamo: ci vuole molto tempo per spiegarla.

Questo è un po’ il modulo di una maschera basata sul naso. Io credo che il naso sia la parte del nostro corpo più primitiva, la più originale e privata; gli occhi e la bocca sono già, come dire, elementi politici della faccia, mentre il naso è rimasto un po’ l’antenato della faccia, è la parte meno evoluta. Allora nella maschera io uso il naso come elemento veridico. Qui io faccio me stesso primitivo, cioè occhiali, naso, occhi e bocca. Ecco, questa è una piccola maschera dove è il naso il protagonista, mi assomiglia, è il simbolo stesso ma più esemplare, più significativo del mio viso. Infatti si può costruire il proprio viso, io l’ho fatto spesso ma è un’operazione complicata, disegnando sul naso stesso gli occhi, il naso e la bocca, e diventa un ritratto essenziale di me stesso. E non solo di me stesso, ma di tutti; tutti abbiamo un naso come elemento che ci identifica; è il naso che ci rende complici di noi stessi. La misura dell’uomo è il suo naso, è un po’ il nostro distintivo. E poi c’è un altro sistema di rappresentare una faccia, con una fotografia. Quest’altra è una fotografia mia da cui ho ritagliato la parte essenziale, cioè gli occhi con occhiali, il naso e la bocca; ho eliminato il resto perché è la parte inutile, soltanto anatomica, provvisoria. È la cornice della faccia, che può essere una cornice qualsiasi, mentre questa è la vera faccia. Questa è la parte storica, vera, di una faccia; io l’ho ridotta a una specie di essenza totemica di me stesso, tralasciando il resto della faccia che è tutta roba fisiologica, biologica, anatomica, la parte clinica insomma.”

S.Z.: “Il senso filosofico di questo esperimento qual è?”

S.S.: “È una stenografia della faccia. È il risultato, l’identificazione della faccia, il suo totem.”

S.Z.: “Vediamo quell’altra maschera.”

S.S.: “Questa è la maschera che mi protegge dagli altri; infatti con questa maschera io potrei parlare nella maniera più libera e divento in un modo completamente diverso. Se torniamo indietro e rifacciamo tutto da capo con la maschera: vuole scommettere che dirò il contrario di quello che ho detto?”

S.Z.: È l’ultimo paradosso di un moralista, la maschera non come fuga ma come emblema di ipocrisia e forse strumento di salvezza. Nella società della solitudine, Steinberg l’ha detto all’inizio, a chi nascondersi? Forse agli unici testimoni della nostra ambiguità, cioè a noi stessi.

A questo si intrecciano gli altri temi principali: quello dell’identità costruita, della vita sociale, della rappresentazioni dei linguaggi.

Con la pubblicazione di The Passport nel 1954, tutto il cammino è percorso e l’artista è ormai completamente immerso in quel mondo parallelo di tracce, carte bollate, quadrettature, macchie d’inchiostro, timbri e tamponi. E può sul serio credere che quella sia la realtà vera perché “... l’ho fatta io!

Firme che non rimandano a nessun nome e a nessun volto, impronte digitali che certificano identità contraffatte. E’ il mondo, familiare per un ebreo rumeno figlio di un legatore di libri, della burocrazia mitteleuropea, lo stesso habitat polveroso di carta, inchiostro, timbri e scartafacci che abbiamo visto pesare su tanti impiegatucci letterari di Gogol, di Kafka.

Di che cosa si compone Passport? – ci si chiede in nota al catalogo della mostra tenuta da Steinberg al Whitney Museum nel 1978 – Falsi documenti, diplomi, certificati, false fotografie (con falsi autografi), false incisioni, etichette false di vino, lettere, diari, manoscritti, falsi ex-voto. E poi impronte digitali, parate cittadine, cocktail parties, balletti, giocatori di biliardo e di base-ball, cowboys, gatti, cani che camminano eretti, donne a cavallo, suonatori di chitarra, automobili, locomotive, ponti, sfingi. Architettura vittoriana, liberty, baracche e grattacieli…

Ci si può limitare a considerarlo il geniale inventario di un mondo visionario e parallelo? E se no, cos’altro? Più che l’inventario di un mondo sembra essere  l’invenzione di un mondo.

La vastità e la solitudine degli spazi, il gigantismo dell’architettura e della natura del nuovo mondo si incontreranno-scontreranno con la minuzia quasi maniacale con cui la penna dell’artista si muove sul foglio, in quell’infittirsi e rarefarsi continuo di linee, nel costante levitare e lievitare del segno.

I disegni americani di Steinberg sono notazioni puntuali di una realtà reinventata volta a volta e per sempre, dove l’uomo, anche in mezzo ad una folla chiassosa e frenetica, è sempre sconsolatamente solo.

Sono diari che archiviano una realtà dura, con tutto un suo carico rilevante di rassegnazione disincantata e amara: “…non ci si illude, in America, che la vita sia una cosa romantica, una cosa che si possa recitare a soggetto. Qui la vita è veramente quella cosa penosa che dobbiamo sopportare. Questo è un paese stoico, che rende visibile in ogni momento il comune destino di dover sopportare la vita. Questo, insomma, è il paese dove si vive senza illusioni. Nessuno qui, cerca la solitudine. Del resto un uomo solo che bisogno ha di nascondersi? A chi si nasconde? “

Come ha notato una volta Franco Cavallone, questi disegni “…sono uno scrap-book del nostro tempo, un viaggio lungo la linea ininterrotta del disegno, che va tracciando, nello stesso tempo, il proprio itinerario e i paesaggi filosofici che attraversa“.

GV



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